giovedì 3 gennaio 2013

I benefici della dieta Mediterranea



La gentile giornalista Elisabetta Paladini mia ha scritto: 

Innanzitutto Buon Anno.......sono a lavoro per organizzare la mia prossima puntata su Radio Regione Salento. Il prossimo appuntamento, che andrà in onda domenica 6 gennaio dalle 11.00 alle 12.30, lo dedicherò alla Befana e alle tradizioni della festa. Nel contesto mi farebbe piacere parlare anche dei chili accumulati durante le feste. A tal proposito avrei bisogno di un intervento da parte di un esperto in materia. Lei potrebbe intervenire parlando dei benefici della nostra dieta mediterranea?
Potrebbe intervenire durante la diretta venendo in studio o per telefono.
Mi faccia sapere
Elisabetta Paladini
L’Associazione dei Dottori in Scienze Agrarie e Forestali si è dato il compito di divulgare il modello nutrizionale della dieta mediterranea e per questo ho preparato l’intervento che segue e che potrete ascoltare in diretta domenica 6 gennaio alle ore 11 sulla   


Stazione radio “Radio Regione Salento” Lecce : FM 101.5 Lecce Provincia : FM 106.0
e sul web in streaming su www.regionesalento.eu
Antonio Bruno presidente ADAF Lecce
E’ ormai riconosciuto a livello scientifico che il modello alimentare mediterraneo (dieta mediterranea) , privilegiando il consumo di verdure, frutta, cereali e legumi, è quello che più si avvicina ad un regime alimentare ideale per il corretto sviluppo fisiologico dell’organismo ed il mantenimento dello stato di salute generale.
La dieta mediterranea è un modello nutrizionale ispirato ai modelli alimentari tradizionali dei paesi europei del bacino mediterraneo.
Nel Salento leccese sino agli anni 70 si consumavano in prevalenza grassi vegetali ed è per questo che per noi si tratterebbe solo di ritornare a nutrirci così come si nutrivano i nostri nonni.
Oltre all’ Italia (soprattutto Liguria, regioni peninsulari ed insulari), Francia meridionale (specialmente Provenza e Linguadoca), Grecia e Spagna; tale dieta ha avuto grande diffusione, specie dopo gli anni novanta, in alcuni paesi americani fra cui l'Argentina, l'Uruguay e alcune zone degli Stati Uniti d'America.
Questa dieta è stata abbandonata nel periodo del boom economico degli anni sessanta e settanta perché ritenuta troppo povera e poco attraente rispetto ad altre modalità alimentari provenienti in particolare dalla ricca America, ma ora la dieta mediterranea sta sicuramente riconquistando, tra i modelli nutrizionali, il posto che merita.
Questi modelli hanno in comune un elevato consumo di pane, frutta, verdura, erbe aromatiche, cereali, olio d'oliva, pesce e vino (in quantità moderate) e sono basati su un paradosso (almeno per il punto di vista del nutrizionismo tradizionale): i popoli che vivono nelle nazioni del Mediterraneo consumano quantità relativamente elevate di grassi ma, ciò nonostante, hanno minori tassi di malattie cardiovascolari rispetto alla popolazione statunitense, nella cui alimentazione sono presenti livelli simili di grassi animali. La spiegazione è che la gran quantità di olio d'oliva usata nella cucina mediterranea controbilancia almeno in parte i grassi animali.
L'olio di oliva sembra infatti abbassare i livelli di colesterolo nel sangue; si pensa inoltre che il consumo moderato di alcool durante i pasti (equivalenti a 2 bicchieri al giorno per uomini e 1 per le donne, in individui sani e normopeso) sia un altro fattore protettivo, forse per gli antiossidanti contenuti nelle bevande alcoliche.
Secondo lo studio LYON eseguito dall'American Heart Association (AHA), la dieta mediterranea diminuisce il tasso di mortalità della malattia coronarica
Il sondaggio condotto dall’Università di Bologna ha dimostrato che il 60% degli italiani ignora i principi di base di questa dieta e solo il 20% riesce a definirla in modo corretto.
Nel corso dell'XI conferenza europea sulla Nutrizione, sede Madrid, il confronto è stato serrato. Tutti d'accordo però sulle regole base, sintetizzabili in un indice di meditarraneità, tradotto in una sorta di pagella di ciò che abitualmente si mangia. Voto massimo 9, per essere mediterranei doc a tavola. Con un guadagno calcolato di anni di longevità. In teoria una ventina d'anni in più. Statisticamente parlando. Gabriele Riccardi, diabetologo dell'Università"Federico II" di Napoli, illustra come funziona:
«Un voto a tutto quello che si mangia dopo il vaglio scientifico. Insomma il passato valutato modernamente e rilanciato come modello culturale del futuro prossimo. Per la salute dell'uomo e per quella del pianeta. Perché il migliore stile di vita alimentare è anche quello a produzione eco-sostenibile».
Ed ecco la pagella:
pochi grassi animali + 1;
preferire i cereali integrali + 1;
frutta + 1;
verdura e ortaggi + 1;
frutta secca (noci, mandorle, nocciole, semi di zucca) + 1;
olio extravergine d'oliva + 1;
pesce (400 grammi a settimana) + 1;
consumo moderato di alcool (1-2 bicchieri di vino al giorno) + 1;
basso consumo di carne (massimo 250-300 grammi a settimana) + 1.
E siamo a 9.
Chi non mangia cosi è a zero.
I test scientifici hanno poi dimostrato che, a parte l'attivita' fisica, un soggetto a regime alimentare abituale all'americana o da zero punti guadagna 5 anni di longevità in buona salute aumentando il suo indice di mediterraneità a tavola di appena due punti. Sempre che non abbia gia' danni irreversibili di salute causati dal precedente regime alimentare sbagliato. Tossico per le cellule.
Ma in che modo il modello alimentare mediterraneo si pone come elemento che contribuisce alla salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità?
Recentemente, accanto al modello di Piramide alimentare, che spiega come adottare un’alimentazione equilibrata, è stato introdotto ed elaborato il concetto di Piramide ambientale che analizza l’intero ciclo di vita (LCA) delle diverse categorie di cibi, valutando l’impatto ambientale in termini di emissione di gas serra (Carbon footprint), uso delle risorse idriche (Water footprint) e uso del territorio (Ecological footprint) associato a ogni singolo alimento.
In sintesi, le stime dei tre indicatori citati sono state elaborate attraverso l’analisi dell’intera filiera – estrazione, coltivazione e trattamento delle materie prime, fabbricazione, confezionamento, trasporto, distribuzione, uso (crudo, cotto ed i diversi tipi di cottura), riciclo e smaltimento finale.
L’ecological footprint è considerato l’indicatore più completo in quanto, oltre all’utilizzo del territorio, tiene conto anche delle emissioni di CO2. Ad esempio, è stato calcolato che l’impatto ambientale per la produzione di 1 kg di carne bovina è pari a 105 m2 contro i 9 m2 occorrenti per la produzione di 1 kg di ortaggi. In termini di consumi idrici, per la produzione di 1 kg di pomodori freschi vengono utilizzati circa 150 litri d’acqua mentre per ottenere un 1 kg di carne bovina ne vengono consumati 15.400.
Riclassificando, quindi, le categorie alimentari rispetto al loro impatto sull’ambiente, si ottiene una piramide capovolta, che vede gli alimenti a maggior impatto ambientale in alto e quelli a ridotto impatto in basso. Come dato medio, è stato elaborato che per ottenere 100 calorie, il modello alimentare mediterraneo provoca un impatto ambientale del 60% inferiore rispetto a un’alimentazione di tipo nordamericano, in cui prevalgono carni e grassi animali. Accostando le due Piramidi si ottiene una “Doppia Piramide” che potete vedere di seguito.

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